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Il timore di una nuova crisi del debito sovrano nell’eurozona dopo la partenza di Mario Draghi in Italia

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La notizia a volte ha uno strano senso dell’ironia. Giovedì 21 luglio, le dimissioni del presidente del consiglio italiano, Mario Draghi, hanno ravvivato il doloroso ricordo della crisi del debito sovrano nell’eurozona. Quella che, dieci anni prima, quasi ai giorni nostri, questo stesso Mario Draghi, allora Presidente della Banca Centrale Europea (Bce), aveva contribuito a spegnere.

Durante un discorso a Londra che aveva fatto colpo nel mondo finanziario, il 26 luglio 2012, l’italiano aveva promesso che avrebbe fatto “qualunque cosa serva” (” a ogni costo “, in inglese) per salvare l’euro, troncando la speculazione poi scatenata sui debiti dei paesi più fragili.

Colpita da nuove grandi difficoltà – inflazione, penuria, guerra in Ucraina – l’unione monetaria è oggi più solida di allora? Rischia di sprofondare ancora una volta in una spirale speculativa e autorealizzante nei confronti degli Stati membri considerati i suoi anelli deboli, a cominciare dall’Italia? “Le attuali turbolenze stanno evidenziando ancora una volta le debolezze strutturali nell’eurozona, complicando l’azione della BCE”riassume Eric Dor, economista presso Iéseg, una business school.

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Il livello del debito pubblico, infatti, è significativamente più alto rispetto a prima della crisi precedente. All’inizio del 2022, quello della zona euro ha raggiunto in media il picco del 95,6% del prodotto interno lordo (PIL), contro il 66,7% del 2007, secondo Eurostat. Attualmente supera il 150% del PIL in Italia (103,9% nel 2007), il 114,4% in Francia (64,5%), il 117,7% in Spagna (35,8%) e il 190% in Grecia (103%). Problema: l’aumento dei tassi chiave avviato dalla BCE giovedì 21 luglio, nel tentativo di frenare l’inflazione, aumenterà i tassi ai quali i governi prendono a prestito. Ciò limiterà il loro margine di manovra, mentre la protezione del potere d’acquisto di fronte all’impennata dei prezzi, come la necessaria transizione ecologica, richiederà nuova spesa pubblica e investimenti nei prossimi mesi.

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“Più pragmatico e reattivo”

Ma sotto molti altri aspetti, l’eurozona sta andando meglio. L’occupazione è aumentata. Il suo sistema bancario è più sano. L’indebitamento delle famiglie è diminuito nella maggior parte degli Stati, in particolare grazie a una migliore vigilanza sui mutui ipotecari. Sempre secondo Eurostat, il debito delle famiglie spagnole è sceso dall’81,6% al 58,4% del PIL dal 2012, quello dei portoghesi dal 90,5% al ​​68,1% e quello degli irlandesi dal 98,3% al 35,9%. La Francia è un’eccezione, con un aumento del 55,1% al 67% del PIL.

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